Eravamo felici perché eravamo pazzi, eravamo pazzi perché ogni giorno ci sentivamo felici come coriandoli a carnevale.

“Ti amo a modo mio”, “The great gig in the sky” ed il fascino della fragilità
4 febbraio 2018
Ti amo mia stella cadente
13 febbraio 2018

Io insistevo : “Continua a cantare per me, ti prego!”. La stanza era piccola, con pochi mobili, un pavimento in bianco e nero modello gelato alla stracciatella ed un soffitto pieno di sogni colorati che rimanevano sospesi per aria, come i palloncini alle feste dei bambini. Quando tu non eri con me, io osservavo l’elica del ventilatore che girava veloce, quasi mi sembrava fosse una componente della mia testa che così si trasformava in un elicottero comandato da un pilota pazzo che sorvolava le foreste delle mie illusioni. Quando tu eri con me ero l’uomo più felice della Terra, la tua voce veniva dal passato, a volte sembrava il suono di un violino posseduto dal grande Niccolò Paganini. La tua voce mi rendeva libero di volare e di vedere ciò che gli altri non potevano vedere. E’ stato un grande onore per me conoscerti e per questo ringrazio il destino che ci ha permesso di incontrarci a casa di Andrea. Fu proprio il mio grande amico Andrea, quando decisi di affidarti le mie canzoni da cantare su un palcoscenico, che in quel momento mi chiamò al telefono perché si trovava a Parigi e doveva assolutamente parlare con me. Lui si affidava alle stelle perché voleva trovare a tutti i costi la casa di Dalida. Era di sicuro da solo, camminava di notte a Montmartre con gli occhiali da vista un po’ storti sulla sinistra e girava come un pazzo guardando in alto. Andrea senza chiedere a nessuno si avvicinava piano piano a Rue d’Orchamp. Andrea amava alla follia Dalida ed era convinto di riconoscere l’angolatura delle stelle che lei aveva guardato prima di arrendersi. L’amore non conosce confini temporali, l’amore ti può trascinare nel surreale, quando vedi e senti certe cose non puoi più tornare indietro. Non ti puoi più accontentare. La telefonata gioiosa del mio amico arrivò proprio nel momento in cui io e te avevamo tutti quei fari puntati addosso e tutte quelle persone di fronte. Andrea mi disse : “L’ho trovata!!! Ho seguito il grande carro e ho rivisto lei che entrava qui”. Poi aggiunse: “ Quanta tristezza c’é nell’aria!”. Adoravo Andrea perché non era un cittadino del mondo , ma proveniva da un altro pianeta. Quanto ho imparato da lui! Tu eri molto emozionata ed io sorridevo al telefono perché ero molto felice e per un attimo mi ero sentito anch’io a Parigi di fronte alla casa di Dalida. Poi non feci altro che piangere di nascosto. Quando sei su un palcoscenico, per fortuna le lacrime si possono confondere con il sudore e se riesci a sorridere le persone non si accorgono di nulla. Anche nella vita é così. Per la prima volta avevo consegnato le mie canzoni al pubblico tramite la voce stupenda di una donna meravigliosa. Nessuno avrebbe potuto immaginare i luoghi e gli stati d’animo che mi avevano ispirato, solo io e te avevamo la chiave di quella porta. Solo io e te abbiamo ancora le chiavi di quella porta. Nella mia vita ho mangiato tanta sabbia prima di sentire l’odore del mare. Io ti presentai al pubblico e per aiutarti cominciai a cantare “Un giorno credi” di Edoardo Bennato. Il tuo viso si girò verso di me con un espressione che non dimenticherò mai, come per dire : “Cosa mi combini Carlo, sei pazzo?”. Quanto amore nei tuoi occhi!. Chissà se hai ancora quella maglietta grigia con il collo alto, quella schiena minuscola, quelle braccine così magre. Chissà dove sei adesso e chissà se ogni tanto pensi ancora a me. L’ultima tua lettera é arrivata dal Messico. Iniziava così : “Non ti dimenticherò mai, perché avevi ragione, nella vita é molto importante non permettere mai a nessuno di sottovalutarti!”.
E’ una vera condanna per me non avere nessuna occasione di incontrare quelle persone che hanno avuto un così grande significato per me, quelle persone che con la loro sensibilità sono riuscite come per magia ad estrapolare la parte migliore di me stesso.
Io insistevo: “Continua a cantare per me, ti prego!” . Eravamo in quella stanza piccola con pochi mobili, un pavimento in bianco e nero modello gelato alla stracciatella ed un soffitto pieno di sogni colorati che rimanevano sospesi per aria come i palloncini alle feste dei bambini .
Eravamo felici perché eravamo pazzi, eravamo pazzi perché ogni giorno ci sentivamo felici come coriandoli a carnevale.